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Piccolo manuale della buona scrittura - 2

Meglio una bótte (piena) che un sacco di bòtte

15 aprile 2014

  Convenzioni tipografiche. In queste pagine gli esempi sono in corsivo; le espressioni corrette sono in neretto; Le espressioni sbagliate o non consigliabili sono in rosso.

Alle elementari mi avevano insegnato che nella lingua italiana ci sono cinque vocali: a, e, i, o, u. In realtà nell’italiano parlato le vocali sono sette: a, è, é, ò, ó, u. Infatti la "e" e la "o" si possono pronunciare aperte o chiuse... Per distinguerle si usa l’accento grave quando la vocale è aperta, l’accento acuto quando è chiusa.

Ma qual è l’accento grave e quale quello acuto? L’accento grave (`) è quello che scende, l’accento “acuto” (´) è quello che va verso l’alto. Naturalmente leggendo da sinistra a destra.

C’è un dubbio che a volte assilla chi cerca di parlare e scrivere in modo corretto: decidere quando la "e" e la "o" sono aperte e quando sono chiuse. Le inflessioni dialettali ingannano. La soluzione è cercare la parola su un dizionario. In Rete ce ne sono tanti, ma il più utile a questo scopo è il DOP, il Dizionario d’ortografia e di pronunzia della Rai, che ci fa ascoltare le parole con la dizione perfetta di uno speaker.

All’interno delle parole l’accento fonico viene usato solo se è indispensabile. È inutile precisare che con il trapano si pratica un fóro, mentre uno studente in giurisprudenza spera di diventare un principe del fòro.

Come abbiamo visto nella precedente puntata, in italiano l’accento è obbligatorio solo sulle parole tronche (accento tonico). In quelle che terminano con la "o", questa è sempre aperta. Quindi scriviamo senza problemi perciò, pagherò eccetera. Con la "e" la questione è più complicata, perché alla fine di una parola tronca può essere aperta (è, caffè, lacchè) oppure chiusa (perché, affinché e tutte le congiunzioni che terminano in "–che").

Per decidere quando si deve usare l’accento grave e quando l'accento acuto, si può ricordare l’espressione perché è, nella quale i due accenti convergono come le falde di un tetto (regola della casetta).

Nel dubbio, pensa qualcuno, si può usare l’apostrofo o l’apice (e’, perche’, chissa’). E' un errore di ortografia. L’apostrofo e l’apice (che, in teoria, non sono la stessa cosa) hanno altri significati. La cattiva abitudine di usare l'apice invece dell'accento risale agli albori dell’informatica, quando le tastiere erano previste solo per l'inglese ed era complicato scrivere caratteri tipici di altre lingue. L’uso degli apici al posto degli accenti poteva essere tollerato nei testi senza pretese di correttezza ortografica. Oggi non ci sono più scuse.

Inoltre è facile: quando scriviamo con una tastiera italiana, usiamo sempre le lettere accentate che si trovano sui tasti scrivendo in minuscolo. Solo con le parole che terminano in –ché premiamo il tasto delle maiuscole.
 

Nota. In queste pagine - e in altri siti Web - si vede spesso scritto E' invece di È.  Colpa del software che non ha la correzione automatica: inserire ogni volta "a mano" la È rallenta non poco la scrittura.  Ma nei programmi di elaborazione dei testi basta andare nelle "opzioni" e inserire la correzione automatica da E' con l’apostrofo a È con l’accento grave.

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