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Piccolo manuale della buona scrittura - 1

Sul "qui" e sul "qua" l'accento non va

8 aprile 2014

  Convenzioni tipografiche. In queste pagine gli esempi sono in corsivo; le espressioni corrette sono in neretto; Le espressioni sbagliate o non consigliabili sono in rosso.

Gli accenti creano spesso qualche problema a chi scrive. Succede perché qualche volta a scuola non ce li hanno insegnati bene e perché spesso si leggono testi scritti senza attenzione, che confondono le idee. Ma le regole da seguire non sono molte; già in queste prime righe c’è una buona parte degli accenti della lingua italiana. Rivediamoli tutti insieme, così il discorso è più chiaro:

perchéè – più – già – però – così

Incominciamo dalle regole più semplici. Nell’italiano scritto l’accento si pone sempre su tutte le parole tronche composte da più sillabe (le parole “tronche” sono quelle in cui la voce si appoggia sull’ultima sillaba): onestà, caffè, pipì, pagherò, laggiù. L’accento che si usa sulle parole tronche è quasi sempre “grave” (`), quello che scende da sinistra verso destra. Vedremo più avanti quando si deve usare l’accento “acuto” (´), quello che va verso l’alto.

Per i monosillabi, le parole composte da una sola sillaba, la questione è un po’ più complicata. La regola generale è che l’accento non si mette sui monosillabi. Si scrive dunque io sto e non io stò; egli fu e non egli ; Giovanna se ne va e non Giovanna se ne .

Però ci sono diversi casi in cui l’accento è necessario per distinguere monosillabi che si scrivono nello stesso modo, ma hanno significati diversi. L’esempio più comune: “e” come congiunzione (Carlo e Giovanna), si scrive senza l’accento, che invece va di rigore su “è”, voce del verbo “essere” (Giovanna è bella). Un altro caso molto frequente è da come preposizione (Carlo va da Giovanna), che non va confuso con , voce del verbo “dare” (Giovanna una sberla a Carlo).

Ma adesso sono io che ti do una sberla, senza accento. Un errore? No. Per consuetudine non si mette l’accento su "do", voce del verbo “dare”. Forse perché dal contesto è difficile fare confusione con la nota musicale do. Un’altra eccezione è fa, voce del verbo “fare” (Giovanna fa le valigie), che si può confondere con l’avverbio (due ore fa) o con la nota musicale. C’è poi fa’, imperativo, che si scrive con l’apostrofo e non con l’accento, perché l’apostrofo indica l’elisione della “i” finale di “fai”.

Vediamo altri casi comuni. Il monosillabo “si” ha due significati e quindi due diverse grafie. Come pronome si scrive senza accento (si dice che...); come avverbio affermativo vuole l’accento (Stai bene? , grazie). La stessa regola vale per “ne”: come pronome non vuole l’accento (se ne parla), come congiunzione lo pretende ( questo quello).

Appena più complicata è la regola per il “se”. Quando è congiunzione si scrive senza accento (se te ne vai); quando è pronome è obbligatorio metterlo (parlava tra ). Però si scrive se stesso, senza accento, perché in questo caso non c’è il rischio di fare confusione.

Nota: negli esempi di questa pagina sono usati sia l’accento acuto (é) sia l’accento grave (è), a seconda dei casi. Nella prossima puntata vedremo quando si deve usare l’uno o l’altro.

Ancora: qua e , qui e : «Su qui e su qua l’accento non va», dicevano i maestri di una volta. Non ci può essere confusione. Mentre e , avverbi di luogo, si possono confondere con gli articoli e i pronomi che si pronunciano nello stesso modo. Quindi vogliono l’accento.

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