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Le malattie infantili degli “e-book”

In primo piano - Giancarlo Livraghi - 28.03.11
Un articolo che risale all'ottobre dell'anno scorso, quando ancora in Italia non si parlava di imminente "boom" dei libri elettronici. Ma coglie perfettamente i non pochi aspetti critici del passaggio dal libro di carta al libro "liquido".

Visto che i libri “disponibili in elettronica” esistono da quarant’anni, è strano dover parlare di “malattie infantili”. Ma è proprio questa la bizzarra situazione in cui si trova la molto chiacchierata, e sempre più confusa, situazione dei cosiddetti “e-book”.

Conosco editori (compresi quelli dei miei libri) che hanno deciso di non entrare (almeno per ora) nella sconcertante sarabanda che si sta gonfiando da due o tre anni. Forse sbagliano, perché fare qualche esperimento potrebbe essere utile. Ma hanno ragione quando pensano che la cosa è troppo complicata, che per ogni “piattaforma” occorre una tecnologia e un’impaginazione diversa, che fra tanti contendenti è impossibile capire chi avrà migliori possibilità e saprà dare un miglior servizio – eccetera.

Alcuni dei miei libri, con l’intelligente consenso e collaborazione degli editori, sono disponibili anche online. Ma pare che le migliaia di testi, antichi o recenti, reperibili in rete non siano leggibili con i “nuovi” marchingegni (se non sono rielaborati per poter essere usati con qualcuno di quei sistemi).

Non ho sperimentato (e, almeno per ora, non ho alcuna intenzione di farlo) i dispositivi che (dicono) offrono una migliore qualità di lettura di quella che si ha sullo schermo di qualsiasi computer. Immagino che ci sia qualcosa di vero. Ma rimane più comodo, pratico e gradevole un libro stampato.

I “nuovi e-book” si collocano in uno strano, confusamente esplorato territorio a metà strada fra l’imitazione della carta e quella che potrebbe essere una “ragionevole” risorsa elettronica. Quando si arriverà a una soluzione sensata diventeranno curiosità per collezionisti di aggeggi antichi, come i fonografi a cilindro o le macchine a vapore.

Qual è il problema? Quello che ha afflitto, e purtroppo continua a distorcere, molte cosiddette “innovazioni” (in particolare nell’elettronica). La moltiplicazione di proposte “proprietarie” incompatibili fra loro, vendute a prezzi assurdamente alti, che arricchiscono mostruosamente i loro produttori mentre provocano un assurdo arretramento della qualità del servizio offerto ai lettori.

Intanto si ridimensionano le profezie. Dopo decenni di malauguranti vaticini sulla “morte della carta stampata”, oggi si pensa che l’editoria elettronica possa arrivare a “un dieci per cento in dieci anni”. Numeri grandi, ma molto lontani dall’essere una “sostituzione”. L’unica cosa certa è che sono chiacchiere – e ciò che succederà sarà diverso da come oggi si può immaginare.

E intanto si comincia (con incredibile ritardo) a diffondere la constatazione di un problema. Mentre i libri trascritti in elettronica venti o quaranta anni fa, in semplice testo, rimangono leggibili (e così quelli realizzati in software sostanziamente stabili, come PDF) con le cosiddette “nuove tecnologie” c’è una forte probabilità di produrre cose che fra non molti anni saranno inutilizzabili (come è già accaduto con alcune risorse tecniche incautamente abbandonate – o con assurdi “aggiornamenti” che rendono indecifrabili testi impaginati qualche anno prima).

Soprattutto, i libri stampati cinquecento anni fa sono ancora (se decentemente conservati o ben restaurati) in buone condizioni – mentre i neonati elettronici rischiano di non sopravvivere a una breve e tormentata infanzia. Fino al giorno in cui si troverà un modo per rendere meno deperibili gli enormi, ma labili, repertori delle memorie magnetiche o ottiche, le sole risorse affidabili sono le biblioteche.

Si godano i loro soldi, i rapaci pasticcioni delle mode attuali. Ma fra non so quanti anni (probabilmente non molti) i loro “nuovi” prodotti saranno dinosauri estinti. Non sappiamo ancora se sarà davvero realizzato il “computer da 25 euro” (o forse 8) che si sta progettando in India. Ma se dovessi scommettere sulle caratteristiche che avrà in futuro “un coso per leggere libri” punterei più volentieri su un dispositivo come quello che sui discutibili aggeggi oggi all’onore delle cronache.

Immaginiamo che in qualsiasi momento, dall’invenzione della scrittura ai nostri giorni, per leggere un libro ci volesse un particolare decifratore, venduto a caro prezzo e diverso per ciascun genere di edizione. Assurdo? Ovviamente. Ma è proprio questo che stanno cercando di imporci in questa balorda fase di sviluppo degli “e-book”.

(Cose del genere sono sempre successe, e continuano, con una grande varietà di metodi, quando si tratta di “messaggi segreti”. Ma quello era, ed è, spionaggio o clandestinità. Non editoria).

Quale sarebbe un esito desiderabile? Una “pacifica convivenza”, o meglio una fertile collaborazione, fra il libro stampato e quello (per chi lo vuole) da leggere su uno schermo. E un’editoria concentrata sulla qualità dei testi, della redazione, dell’impaginazione, della leggibilità, della “veste” editoriale – tutte cose importanti, qualunque sia la natura del “supporto”.

Servono autori, non compilatori di frettolosi (sperati) “bestseller” o libercoli “occasionali”. Editori, non librifici disattenti, opportunistici e distratti. Librai, non disordinati e incompetenti supermercati del qualunque. Scuole che sappiano coltivare la voglia di leggere e di imparare, l’avventura della curiosità, non annoiare con pedanti nozionismi. Insomma cultura – non nelle esoteriche congreghe di arroganti “intellettuali”, né nella squallida banalizzazione “di massa”, ma nell’umana e condivisa esperienza del conoscere. Come la libertà, anche la cultura “è partecipazione”.

Già vediamo, per fortuna, sintomi di riscossa – nell’editoria stampata. Editori, tipografi e librai che puntano su una ancora (relativamente) piccola, ma vigorosa, “controtendenza”. Con edizioni talvolta così raffinate (e perciò costose) da interessare solo a pochi appassionati bibliofili. Ma anche libri di seria e rispettabile qualità offerti a prezzi ragionevoli.

Abbiamo cinquecento anni di esperienza, in editoria e bibliografia, dai tempi di Aldo Manuzio ai nostri giorni. Non si tratta di reinventare un mestiere, ma di applicare anche alle risorse tecniche di oggi conoscenze già bene approfondite.

Non è – e non è mai stato – facile. Richiede competenza, studio, pazienza, impegno, dedizione. Soprattutto ci vuole passione. Che siano di coccio o di pietra, intonaco o tela, papiro o pergamena, seta o corteccia, carta o software... amare i libri è un’esperienza affascinante. Per chi li legge, come per chi li fa.

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