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Il MIUR ha emanato le nuove regole per i libri digitali nelle scuole

Tanto inglese e poche idee nel decreto sui libri digitali

In primo piano - Andrea Monti* - 30.09.13

Le tecnologie offrono la possibilità di un insegnamento personalizzato. Invece si continuano a imporre i contenuti degli editori scolastici, che cambiano con una velocità incompatibile con la fissità delle materie di cui trattano.

Mi sono sempre sentito a disagio con l'approccio francese che impone la prevalenza della lingua nazionale su quelle straniere ("numerique" e non "digital", "ordinateur" e non "computer", "reseaux" e non "network"). Ma leggendo l'allegato al decreto ministeriale sui libri digitali, infarcito di LIM, storytelling, player, open educational resoruces, framework, e poi tablet, hardware, software, netbook, privacy viene da pensare che oltralpe non abbiano (avuto) tutti i torti.

Al di la del barbaro aspetto linguistico del testo normativo, tuttavia, è quello sostanziale che lascia profondamente perplessi. Ancora una volta si confonde il mezzo con il fine e si pensa che l'introduzione dell'elettronica nella didattica risolva i problemi della scuola pubblica che, invece, sarà ulteriormente affossata da questa riforma.

Come ho potuto verificare personalmente durante i miei anni di insegnamento, il problema del rapporto fra informatica e insegnamento non è tecnico, ma culturale.
Insegnare significa conoscere l'argomento oggetto della lezione, veicolare informazioni nei modi più adatti agli interlocutori, ma soprattutto avere l'attitudine a stabilire una relazione empatica con gli studenti.

Dei tre requisiti, il più importante è l'ultimo perché, se lo studente ha poca stima del maestro - o, più semplicemente, non lo "riconosce" come tale - difficilmente sarà disposto ad accettare le nozioni che gli vengono propinate. E poco importa che ciò accada con la tradizionale "lezione frontale" o con gli effetti speciali da videogioco delle famigerate
"lavagne interattive multimediali".

Pensare che l'interesse continuativo degli studenti - specie nella scuola primaria - possa essere suscitato da un mega-tablet è semplicemente sbagliato. Eppure, quando in apertura del corso chiedevo invariabilmente “Secondo voi a cosa serve l’informatica nella didattica?” la risposta era - invariabilmente - “a rendere interessanti le lezioni”. E quando chiedevo quale fosse l’obiettivo che loro si prefiggevano come insegnanti, la risposta più gettonata era un desolante “finire il programma”.

Usare strumenti senza la consapevolezza di quello che sono in grado di fare è sbagliato didatticamente e pedagogicamente perché "insegnare" mettendo in ombra la figura del maestro a vantaggio di quattro immaginette in movimento significa rompere il legame docente-discente che specie nei primi anni della formazione di un bambino è essenziale.

E' sbagliato economicamente perché i costi dell'introduzione nelle scuole delle famigerate LIM e di tutti i parafernalia che vi ruotano attorno sarebbero meglio destinati se servissero a comprare carta igienica, sapone e cibo - o a pagare insegnanti di ginnastica e musica -
invece di chiedere ai genitori il "contributo volontario - obbligatorio" per "integrare" le risorse scolastiche.
Il che, in cauda venenum, introduce la questione dei "libri digitali".

Durante gli anni di insegnamento ho mostrato ai miei "studenti" (laureati, già immessi nel circuito delle supplenze) come con poche conoscenze basilari di HTML e di come funzionano i software di comune utilizzo nella rete (mailing-list, newsgroup, chat ecc. ecc.) fosse possibile creare tutti i supporti didattici necessari (lezioni, test di verifica, materiale per i ragazzi che devono recuperare lezioni o intere materie ecc. ecc.). Il tutto, usando software aperti e hardware poco esosi in termini di costi e risorse.
Avevo anche spiegato loro come trovare buoni computer a costo zero - basta chiederli alle aziende che, per ragioni fiscali, periodicamente devono rinnovare il proprio parco informatico.

Dunque, riassumendo, con un po' di sforzo avrebbero potuto produrre, gratis perché avrebbero dovuto e potuto farlo direttamente loro, "libri" digitali che girano su computer ricevuti in donazione da aziende che non se ne fanno più niente.
Minime spese per le scuole, e quasi nessuna per gli studenti. Invece, grazie all'approccio scelto dal Ministero, continueremo a pagare per i libri di testo (poco importa che siano di carta oppure no), per l'acquisto di computer e di costose manutenzioni, per mettere il tutto nelle mani a persone - gli insegnanti - culturalmente inadeguati.

Se, infatti, le tecnologie dell’informazione possono offrire un’opportunità alla didattica, questa è proprio la possibilità di creare un insegnamento personalizzato, in cui ciascun insegnante può realmente applicare il precetto costituzionale della libertà di insegnamento delle arti e delle scienze. Invece - e questa è l’inadeguatezza culturale o, peggio, la pigrizia mentale - di continuare, supinamente, a veicolare i contenuti prodotti dagli editori scolastici che, non ne ho mai capito la ragione, cambiano con una velocità del tutto incompatibile con la fissità delle materie di cui trattano.

* già docente di Teoria dei sistemi informatici applicati alla didattica del diritto nella Scuola di specializzazione per l'istruzione secondaria delle università di Chieti e Teramo

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