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Due pagine dalla terza storia del colonnello Rey

13 agosto 2016

Due pagine (o poco più) dalla terza storia del colonnello Rey, in attesa di un editore.
Il contesto è quello del Palazzo, raccontato nel primo libro Il colonnello Rey, suppongo.
I personaggi sono: il Presidente della Repubblica; il generale Edmondo Ferrero, consigliere del Presidente, amico e mentore di Rey; il generale Mattei, capo dei servizi segreti italiani; il generale Ricci, capo di stato maggiore della Difesa; il ministro della Difesa, onorevole Barbieri; il segretario generale della Presidenza.

7. Martedì

Roma, situation room del Presidente. Ore 16.05

Tutti scrutano l'immagine sul grande schermo. Non assomiglia a una fotografia. Ci sono aree di diversi colori, in cui con un po' di fantasia si possono riconoscere delle rocce e delle alture. Un cerchio rosso indica una forma regolare, un'ellisse.
«Tra un attimo ci mandano un'elaborazione digitale… ecco…», dice il generale Mattei.
È la stessa immagine di prima, ma la prospettiva è cambiata. L'ellisse è diventata un cerchio perfetto. Poi un'altra immagine, ingrandita. Si intuisce la struttura della parabola. Sotto c'è una linea rossa con due frecce alle estremità e la scritta "25 m".
«Una parabola di venticinque metri… È quello che cercavamo», dice Ferrero.
«Destroy As Soon As Possible», mormora il Presidente.
Il generale Ricci si rivolge al capo dei Servizi. «Mattei, sarebbe un passo avanti se questa installazione fosse nel vostro database dei possibili obiettivi».
«Sto verificando», risponde Mattei senza sollevare lo sguardo dallo schermo del computer. «No, non c'è, almeno a una prima ricognizione. Questo rende meno rapido un intervento delle forze speciali».
«Invece due Tornado che partono da Trapani…», dice il generale Ricci.
«Signori, non si può», interviene il ministro della Difesa. «Prima di stabilire le modalità di un attacco, occorre una decisione politica. Adesso cerco di informare il Presidente del consiglio…».
«Che sta partendo dalla Cina per il Giappone», lo interrompe il Presidente. «Si consulterà col ministro degli Esteri e deciderà di convocare un consiglio dei ministri straordinario per lunedì, al suo ritorno. Se la maggioranza dei ministri sarà d'accordo, cosa improbabile, invierà una comunicazione alle Commissioni difesa delle Camere…».
«Dove ci sarà qualcuno che si opporrà all'azione militare», aggiunge Ferrero. «Mi sembra di sentirli agitare le prime parole dell'articolo 11 della Costituzione "L'Italia ripudia la guerra", dimenticando quelle che seguono. E intanto questo cazz… ehm di parabola può provocare qualche migliaio di morti».
«Senza considerare, generale, che si deve almeno informare l'ONU e concertare l'azione con i nostri partner della NATO», rincara la dose il ministro.
«Se posso dire la mia…», riprende Ferrero.
«Dica, dica, generale», lo incalza il Presidente.
«In casi come questi, quando c'è un rischio immediato, di solito i militari agiscono d'iniziativa, fanno quello che devono fare, limitandosi a informare le istituzioni per vie brevi, senza perdere tempo».
«Lo so anche io, Ferrero», risponde il Capo di stato maggiore, «e non sarebbe la prima volta. Ma qui c'è un aspetto critico che non si può trascurare: non sappiamo neanche chi dovremmo attaccare. Chi ha il controllo di quell'impianto? Noi supponiamo che sia l'ISIS, e se è vero ci dicono anche "bravi". Ma se per caso è controllato dal governo di Tobruk, succede un finimondo internazionale».
«Sono d'accordo», dice il generale Mattei.
Il Presidente riflette tamburellando con le dita sul tavolo, le labbra serrate. Si alza di scatto. «Occorre una decisione immediata. Ministro, andiamo nel mio studio e cerchiamo di parlare col capo del governo. Voglio sentire anche il Segretario generale, che è un fine giurista» [continua].

 

[UN'ORA E MEZZA DOPO]

Fino a questo momento il segretario generale non ha detto una parola. È rimasto seduto al tavolo delle riunioni insieme al capo dell'intelligence, mentre gli altri si muovevano tra i computer. Ma non ha perso una sola battuta. Adesso tira fuori un cellulare che gli vibra in tasca, risponde e porge l'apparecchio al Presidente. «Il capo del governo, presidente».
«Pronto, presidente… Pronto… Pronto…».
«Pronto… Ah, buona sera, presidente… anzi, per lei buongiorno… Sì… No, no… Ah, capisco…». Ascolta a lungo, con aria di disappunto. «Sì, capisco. Ma lei sta seguendo la situazione? Noi qui abbiamo nuove informazioni… Certo, certo. Le passo l'onorevole Barbieri?… Ah, va bene, più tardi… Buongiorno, buongiorno».
Alza al cielo uno sguardo disperato e restituisce il telefono al segretario generale. Osserva gli astanti. Il silenzio pesa nella sala più di un frastuono.
«Allora?», chiede dopo un po' il generale Ferrero.
«Allora…», sospira il Presidente, «allora questi qui non hanno capito un… Com'era quella parola francese, generale?».
Nessuno ride.
«Il capo del governo si è attivato subito, a modo suo. Ha chiamato il segretario generale della NATO, in via confidenziale, e gli ha esposto la questione. E il segretario generale gli ha detto che non si spara neanche un colpo di pistola senza un mandato dell'ONU».
«Il problema sono i tempi stretti», dice il generale Mattei. «Se si potesse organizzare un'operazione secondo i nostri metodi, la base radio potrebbe essere messa fuori uso con un'operazione della quale né la NATO né altri saprebbero nulla. Noi abbiamo contatti a Tripoli, eventualmente possiamo anche attivare un supporto logistico. Dovremmo mandare degli agenti operativi nella zona, una squadra di supporto, penetrare nella base… e poi BUM! Oppure si potrebbero mandare gli incursori del Col Moschin, ma in ogni caso, nella migliore delle ipotesi, ci vuole qualche giorno di preparazione, perché si deve studiare l'obiettivo, l'area… Invece un'azione militare richiede poche ore. Basta lanciare un missile da un aereo o da una nave. Ma non possiamo farlo, perché la burocrazia mondiale ci blocca e la politica italiana "si divide", come scrivono i giornali».

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